Memoria
Il volto di Matera è la ricostruzione del lungo e straordinario cammino dell’evoluzione biologica e culturale percorso dall’uomo, in cui la Preistoria e la Storia hanno trovato un grembo fertile e prodigo di testimonianze, rendendoci consapevoli di ciò che siamo stati e delle nostre potenzialità. L’immagine dei primi insediamenti umani erano le grotte, incavi naturali del terreno scavato dalle intemperie e dagli agenti di natura endogena, che sfruttavano il carattere geomorfologico delle colline rocciose della Murgia. Esse ospitarono i primi uomini, gruppi di cacciatori, dei quali il bisogno di spostarsi non richiedeva l’impellenza di un’abitazione su misura ma semplicemente una conformazione adatta all’occorrenza, tipica delle caverne o dei ricoveri di fortuna. Solo con il passaggio a forme di vita stanziali di popolazioni dedite all’agricoltura e all’allevamento, i buchi neri delle caverne furono riempiti dei bisogni primari della comunità rurale che si stanziò sul colle della Civita, la zona più antica di Matera, dove sorsero le prime abitazioni costruite per mano dell’uomo. Da qui, i villaggi andarono sviluppandosi lungo il torrente Gravina, laddove si ergevano le pareti scoscese della Murgia. Fu qui che andò configurandosi il principio di un’esistenza, il tessuto originario di rapporti sociali ed economici di una civiltà.
Se dopo la lunga diatriba nata intorno all’etimologia del nome della città, qualcuno sia riuscito a convincere dell’attendibilità del termine Matheola ovvero “cumulo di rocce”, coniato dal console Quinto Cecilio Metello il quale, nel 90 a. C., riedificò la città, si crede che furono i dettami della lex di Roma a plasmare una vera e propria concezione esistenziale per Matera.
Da qui, prese corpo quella che è diventata una parabola, raccontata e documentata nel corso del tempo da storici ed intellettuali, testimoni dell’eterna storia dell’uomo scritta intorno al villaggio rurale che si ispirava all’originale agro romano. Oggi, illustri sermoni raccolgono quest’eredità, dispensando l’immagine viva di Matera che tutti conoscono di città simbolo della civiltà contadina.
Nel corso dei secoli oscuri del Medioevo, Matera acquistò l’aspetto di una vera e propria città fortificata perchè, come si evince dalle parole del meridionalista Francesco Nitti “la storia di Matera in questo periodo poteva definirsi una storia di Goti, di Bizantini, di Longobardi, di Saraceni, di Normanni, non una storia di materani, i quali erano sottomessi, umiliati, senza diritti, senza voce”. Intorno al Mille, con il rafforzamento del potere politico ed economico della Chiesa, la città cambiò tutto l’assetto abitativo. Si trattò, in realtà, di una vera e propria spaccatura del nucleo urbanizzato che finì per tracciare anche i due differenti profili del volto sociale di Matera. Mentre la classe dirigente, infatti, subiva il fascino del fermento economico con la nascita di lussuose residenze, strutture religiose e numerose attività commerciali all’interno delle mura della Civita, la classe agricolo-bracciantile ed artigiana diventava protagonista di quel processo di urbanizzazione che diede vita alla nascita dei due Sassi, Barisano e Caveoso. Da qui la città andò ampliandosi con lo sviluppo delle residenze della classe dirigente nel Rione del Piano che demarcò la sfera di influenza del potere politico ed economico. Per i Sassi, invece, fu la conferma del loro ruolo di habitat diverso rispetto alla qualità della vita del ceto cittadino.
Naturalmente, la quiete dopo la burrasca sopraggiunse presto e coincise con il 1663, anno in cui Matera diventò capoluogo di Basilicata e visse un lungo periodo di sviluppo edilizio e demografico. Ma la crisi che seguì dopo la perdita di una nomina tanto prestigiosa in favore di Potenza (1806), non tardò ad arrivare. Il processo di privatizzazione delle terre da parte del ceto medio-borghese, costituì un drammatico passo indietro nel tenore di vita della popolazione agricola, fino al limite della sopravvivenza e dell’emigrazione. All’inizio del Novecento, i primi documentari, le ricerche sociologiche, le indagini statistiche e igienico-sanitarie che molto spesso eludevano il controllo dei governanti, attestarono l’esistenza di un fenomeno sociale nel suo compiersi, che rappresentava il modello esistenziale di una condizione perseverante e comune in tutto il Mezzogiorno d’Italia. I Sassi assimilabili al ghetto, dove dilagava la malaria e più di 15.000 persone erano costrette in ambienti umidi e fatiscenti in cui uomini, donne ed animali vivevano in condizioni di promiscuità in un unico vano di pochi metri, scioccò l’opinione di politici e benpensanti. Nessuno credeva nelle possibilità di riscatto di un’intera comunità che trascorreva i suoi giorni nella povertà e nell’abbandono più totale dal resto del “mondo”, trascinandosi nei campi per lavorare la terra, o battendo il ferro per costruire arnesi da lavoro o rudimentali utensili domestici. Immagini che hanno scritto pagine di Storia ma che hanno ispirato anche la scenografia di molti film. Per non dimenticare Cristo si è fermato ad Eboli di Carlo Levi, letto da tutti i registi che vollero far risorgere il Sud dall’ombra della desolazione e dell’assenza di una politica poco partecipativa della cosa pubblica. Governanti distratti o solamente convinti di una situazione irreversibile. A seguito di una sua visita in città, Mussolini auspicò che Matera sarebbe addirittura scomparsa, invece di intervenire sul fatto contingente per risollevare le sorti di una comunità ai limiti della sopravvivenza.
L’immagine del vicinato, simbolo delle relazioni che gli abitanti dei Sassi intrattenevano sia all’interno che all’esterno delle mura domestiche, filtrata dalla cinepresa di Carlo Lizzani, evocativa di un’esistenza trascorsa nella forma di un degrado inammissibile, fu rivisitata nelle sceneggiature dei film del Neorealismo e degli anni successivi, che riconobbero in quella scenografia autentica un’icona del cinema italiano. Film di Lattuada come La Lupa (1953), quelli di Zampa come Anni Ruggenti (1962), di Rondi come Il demonio (1963), di Rosi come Cristo si è fermato ad Eboli (1979), di Tornatore come L’uomo delle Stelle (1995), non ultimo quello di Cattani Il Rabdomante (2007), hanno fatto emergere il significato più profondo di una condizione estrema dell’umanità, giungendo ad esplorarne le cause e a ravvisarne gli effetti in un luogo d’incredibile valore antropologico, qual è Matera, dove tradizioni, riti, credenze e modus vivendi ancestrali sono rimasti attuali sino agli anni Sessanta del Novecento.
Pertanto, quando nel 1948 nacque la “questione “dei Sassi di Matera, sollevata da Palmiro Togliatti prima e da Alcide De Gasperi dopo, questa fu denunciata come un problema di portata nazionale perchè i Sassi di Matera erano diventati ormai l’emblema della “vergogna”, dell’arretratezza e del sottosviluppo del Mezzogiorno. Forse, solo la Legge Speciale del 1952 riuscì momentaneamente a rinsaldare le sorti di intere famiglie perchè orientata al risanamento dei Sassi ma, in realtà, ne ordinò solamente l’evacuazione. Edifici costruiti in muratura sostituirono le case dei Sassi, trasformandone sia la facciata esterna sia i rapporti sociali e intimi delle persone, sradicate dalla loro “culla” e ricollocate in quei borghi periferici che, da lì ad alcuni decenni, avrebbero fermato il battito dell’antico cuore della città.
Soltanto uno sguardo attento su questo “paesaggio culturale” riconquistato e donato all’Umanità renderebbe quella doverosa considerazione sull’immagine di una città complessa come Matera, partorita nelle cavità uterine della terra e sulla quale la mano dell’uomo ha prodotto i segni di un effetto culturale reale.
Infatti, proprio la riconquista della città antica fu l’obiettivo principale di un’ operazione di recupero dei Rioni Sassi avviata tra gli anni Sessanta e Settanta sulla base del ricco fermento di idee e dell’attenzione rivolta al patrimonio urbanistico antico, grazie al contributo del
Concorso Internazionale di Idee espletato nel 1977. Nel 1986, d’altronde, una nuova legge nazionale finanziò il recupero degli antichi rioni materani, ormai degradati da oltre trent’anni di abbandono. In quegli anni, il contributo di molti registi che sceglievano i set più congeniali alla sceneggiatura dei propri film, fu il sintomo della ripresa economica che si stava attraversando e alla quale si aggiunsero le diverse iniziative culturali per la valorizzazione dei beni culturali. Ancora oggi, Matera ricorda nostalgicamente Il Vangelo secondo Matteo (1964) di Pasolini, che chiamò a raccolta l’intera cittadinanza ai provini per la selezione delle comparse e degli attori. I Sassi erano il set di una città deserta che assomigliava allo sconfinato paesaggio deserto della Palestina solcato dal passaggio di Gesù. Per i grandi maestri del cinema, Matera s’identificava sapientemente con lo scenario di Terra Santa, e fu riproposta ancora per King David (1985) di Beresford, per The Passion di Mel Gibson (2004) e per Nativity di Hardwicke (2006), come uno dei set più spettacolari comparsi sul grande schermo del cinema mondiale. Oltre a regalare un colpo d’occhio d’incredibile fascino a tutti coloro che per la prima volta l’hanno toccato con mano, Matera è, bensì, la sintesi di tanti elementi come roccia, acqua e terra che testimonia quanto l’uomo sia riuscito a vivere in armonia con le sole risorse naturali, tali da prospettare un percorso esistenziale che si è perpetuato nel corso dei secoli. Grazie ad un’attenta opera di sensibilizzazione, operata anche da alcuni architetti locali, tra i quali Pietro Laureano, dal 1993 i Sassi sono patrimonio dell’Umanità, “testimonianza unica o per lo meno eccezionale di una tradizione culturale o di una civiltà esistente o del passato…l’eccezionale esempio di un tipo di costruzione o di complesso
architettonico o tecnologico o paesaggistico che sia testimonianza di importanti tappe della
storia umana…” (Unesco).
